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Il breve tragitto da Danzica ad Afrin

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Ieri le forze militari turche hanno ufficialmente iniziato l’operazione denominata “ramoscello d’ulivo”. In pratica si tratta di invadere il cantone di Afrin, una piccola regione nel nord ovest della Siria che da anni si trova in una situazione di auto-governo sotto l’autorità dell’YPG il partito che rappresenta i Curdi siriani e che controlla buona parte del nord della Siria.
La giustificazione ufficiale di questa invasione è quello di “cacciare i terroristi e restituire la regione ai legittimi proprietari”. 


Vogliamo essere molto chiari: questo è il più grave ed arbitrario tra gli atti già gravi e arbitrari compiuti dal regime di Recep Erdogan nel corso della crisi siriana. L’amministrazione di Afrin, un cantone dove quasi l’80% della popolazione è di etnia curda, non ha mai rappresentato un pericolo per la Turchia e non ha mai compiuto atti ostili di alcun tipo verso il vicino. L’YPG ha difeso la propria autonomia nell’area da parecchi tentativi di invasione patrocinati da Ankara, operati dai gruppi di jihadisti che quest’ultima sponsorizza su territorio siriano, e che sono sempre stati respinti. Il regime di Bashar Al Assad per adesso ha preferito non alzare la tensione con le autonomie curde che pure non riconosce, e in alcuni casi ha anche collaborato militarmente con le milizie dell’YPG. Il motivo risiede principalmente nel fatto che le bande di jihadisti di ispirazione salafita contro cui si battono sono considerate un nemico comune peggiore.
Non c’è molto altro da dire onestamente, è un’aggressione gratuita e feroce, da parte di un regime autoritario, verso una zona densamente abitata da civili. È un’aggressione su base etnica ammantata di inconsistenti pretesti di peacekeeping. Erdogan è al momento uno dei grandi sconfitti sullo scacchiere siriano e sta tentando di segnare un punto ad ogni costo.
Di solito su questa pagina cerchiamo di essere molto laici e perfino cinici rispetto alle mosse geopolitiche mondiali, qui ci troviamo di fronte a un’operazione che ricorda più o meno l’invasione della Polonia nel 1939, come dinamiche e motivazioni, e ci sembra giusto dirlo.
Se esiste ancora una comunità internazionale, se l’unilateralismo americano non ha definitivamente raso al suolo il diritto internazionale, qualcuno dovrà alzare la voce verso un arbitrio di queste dimensioni, compiuto da un alleato militare di questo paese e di tutti i partner europei che rientrano nella NATO.

Clear As Mud: c’è ancora un giudice, magari a Berlino?

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