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Catalogna: PREMI PLAY, ANZI PAUSA

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Ieri sera c’è stata l’attesissima seduta del parlamento catalano in cui era stata annunciata la dichiarazione di indipendenza da parte dei vertici del governo regionale. Iniziata con più di un’ora di ritardo in virtù di concitate trattative tra le varie anime del separatismo, che da questo discorso si aspettavano e pretendevano cose diverse.
Puigdemont ha fatto un lungo e ampio preambolo rivendicando di agire col sostegno della legittimazione popolare, nonostante l’affluenza del referendum da lui realizzato non sia arrivato per la seconda volta al 50% degli aventi diritto. Ha anche sostenuto di aver tentato ogni tipo di mediazione col governo centrale spagnolo a proposito dei livelli di autonomia della regione da lui governata, dicendo sostanzialmente di non aver avuto altra scelta che procedere spedito verso la dichiarazione d’indipendenza.
Tuttavia al momento in cui tutti si aspettavano il passo solenne e storico, il presidente catalano ha gelato le speranze dei secessionisti più radicali prendendo tempo e rimandando la dichiarazione ufficiale a una successiva seduta del parlamento di Barcellona. Il motivo starebbe nel tentativo di trovare con Madrid un percorso comune per arrivare all’indipendenza senza un colpo di mano. Una apertura nel nome del senso di responsabilità, ma accompagnata dalla dichiarazione che comunque dai risultati del referendum non si torna indietro.
Tutti scontenti quindi, dentro e fuori il palazzo di Parc della Ciutadella. Mentre tra i manifestanti si spegnevano i sorrisi sui volti dei più accesi sostenitori della secessione infatti, all’interno del parlamento i gruppi dei partiti contrari alla deriva intrapresa da Puigdemont parlavano di Golpe di Stato.
Puigdemont quindi vuole ancora la rivoluzione, ma vuole chiedere il permesso al prefetto.

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